Gerusalemme e religioni: convivenza per la pace
Domenica scorsa, domenica delle Palme, l’incidente tra la polizia israeliana e Il card. Pizzaballa assieme al custode di Terrasanta Francesco Ielpo. È stato vietato loro di entrare nel Santo Sepolcro per celebrare la domenica delle Palme. Un rito che, per la chiesa cattolica, è l’inizio della settimana santa, la settimana più santa per la fede cattolica. Una sfida? Un errore voluto? Sta di fatto che le proteste si sono moltiplicate verso il governo israeliano, con rumore importante ma anche con il silenzio di conosce l’obiettivo da raggiungere.
Persino l’ambasciatore americano a Gerusalemme ha protestato probabilmente più per motivi politici che di fede. Oltre a lui anche molti governi occidentali compreso quello italiano dato che il card. Pizzaballa e padre Ielpo sono cittadini italiani. Sta di fatto che la religione, la fede, i riti smuovono le coscienze e le cancellerie più di altre difficili azioni diplomatiche. E a Gerusalemme, la città più religiosamente vitale, dove convivo
no le tre grandi fedi monoteistiche cristianesimo, ebraismo e islam con i loro luoghi sacri: il Santo Sepolcro, il Muro del Pianto, la moschea di AL Aqsa.
E dove i luoghi sacri del cristianesimo sono rigorosamente divisi negli spazi e nei tempi ormai da oltre duecento anni difesi al centimetro e al minuto, tra cattolici romani, greco ortodossi, copti, armeni, siriaci. Con regole storiche e chiare, si continua nella difficile ma necessaria e possibile convivenza. In nessuna altra parte del pianeta esiste una situazione simile anche perché quei luoghi non sono luoghi qualsiasi per nessuno. Se ora, pur nelle ristrettezze previste, si potranno celebrare i riti della settimana santa nei luoghi stabiliti della città di Gerusalemme, un segno importante viene da chi sa testimoniare la forza della pace, della convivenza in luoghi in cui la pace è da sempre difficile.
La forza della fede e della testimonianza di chi denuncia i soprusi, le violenze inutili, ma è consapevole che stare assieme è più forte di qualsiasi separazione e che credere nello stesso Dio, ne è la ragione prima e ultima. Se Gerusalemme è città della pace, seppur con le mille difficoltà, non è banale e se anche la politica, l’insidiosa e arrogante politica deve inchinarsi forse per volontà o per necessità, vuol dire che qualcosa è possibile. Non so se questo segnale delle fedi in questo tempo terribile, possa essere un segno di speranza assieme alle azioni diplomatiche che devono esserci qui e ora. Le guerre di religione sono terminate da tempo. La convivenza tra le fedi può sicuramente contribuire a far terminare la catastrofe che è in corso e ad arrivare a quella convivenza a cui tutti auspicano



