Le mie parole. 8 novembre: un nuovo inizio

Le mie parole. 8 novembre: un nuovo inizio

Se vogliamo campare dobbiamo mangiare, diceva qualcuno. Ma se vogliamo crescere come partito e come città dobbiamo rigenerare le forze migliori, spalancando porte e finestre per non rimanere soffocati nella politica autoreferenziale. Si parla spesso di rinnovamento, di ringiovanimento obbligatorio perché i giovani portano entusiasmo nei posti dove si trovano, tanto più nella politica, che è sempre stata vista come il luogo da svecchiare sia come prospettive che come volti. Ed è vero! Per fare tutto ciò necessitano comunque capacità, competenze e, soprattutto, la volontà politica di costruire ponti attraverso i quali passino le diverse generazioni unendo saggezza e novità, rigenerazione e competenza. Ma il partito è fatto solo di giovani? Se è così fosse molti di noi si chiederebbero cosa ci stanno a fare. L’esperienza, la competenza e la passione, la capacità l’umiltà possono essere nascoste se non addirittura rinnegate, emarginate se non fatta cadere nell’oblio? La chiusura nel riccio anagrafico giovanile è svecchiamento nei volti, questo è sicuro, ma non sempre è svecchiamento nei modi e nei metodi della politica.

Chiaro che chi ha il passo più lungo e spedito è più veloce. Il rischio è ritenere che chi sta dietro sia giunto ormai a fine corsa, un pensionamento del pensiero, una quiescenza della memoria e della saggezza. Io chiedo e ribadisco che le porte siano spalancate se vogliamo ritornare a governare questa città: voglio che le competenze, le capacità e le appartenenze vadano rispettate soprattutto quando hanno contribuito in maniera determinante alla struttura del partito e al governo della città: i muri sono un errore madornale e senza senso. C’è bisogno di confronto, di acutezza nel pensiero perché Padova ne ha grande necessità. Dobbiamo ripartire da ciò che abbiamo costruito in questi anni come fondamenta del rinnovamento di Padova perché il rinnovamento non può che avere solide fondamenta. Bisogna avere un’idea di città, capace di cambiare, di rinnovare, di riqualificarsi nel medio e lungo futuro e nella quale investire. Un cambiamento da governare senza presunzioni perché tocca a noi , a tutti noi.

Padova ha bisogno di ripensare la sua urbanizzazione per trasformare l’attuale modello di sicurezza fondato sulla sola repressione; ha bisogno di capire che lo sviluppo passa attraverso un ripensamento del Centro storico e delle periferie senza che queste vengano lasciate a loro stesse; ha bisogno di ripensare agli ultimi senza confusione tra poveri e poveri. La nostra città deve essere governata da persone competenti, preparate, con un idea di futuro: nessuno escluso. Chi esclude ha tolto i freni all’arroccamento politico e non vuole capire la sconfitta patita 5 mesi fa della quale ci stiamo ancora tamponando le ferite e, per la quale, forse, non tutte le responsabilità sono venute alla luce. Anzi, talvolta sembra che forze politiche avversarie che hanno contribuito alla sconfitta, vengano riabilitate senza che queste rinneghino nulla delle loro responsabilità. Io esigo che anche su questo ci si debba confrontare.

Abbiamo bisogno di intelligenze rinnovabili e non naif, intelligenze che alla nostra città non mancano e nemmeno al nostro partito. Bici  Comune che non sono supponenti perché sanno misurarsi e confrontarsi: hanno davanti a sé una città che deve avere allo stesso tempo un impianto moderno e medievale, storico e innovativo, ma sempre di prospettiva europea. Una città capace di dialogare con le più importanti città europee dalle cui scelte, abbiamo molto da imparare. Non dobbiamo vergognarci di accogliere le novità con l’umiltà e senza snobismo e arroganza.

Il partito ha la necessità di accogliere anche chi non si iscrive perché ritiene di non voler appartenere a nessun partito e nemmeno al PD. Quindi non solo il partito con le tessere, tra l’altro, pesantemente ridotte, o dei non tesserati, ma delle persone che si riconoscono in un’idea di società e di città che facciamo nostra. Non è il partito leggero ma il partito reale, che si sta allontanando da una visione che non appartiene più al nostro tempo e che quindi, così com’è, ha fatto il suo tempo. Che ne facciamo di circoli chiusi, costituiti magari da buoni amici, volonterosi, rispettabili ma che difficilmente riescono ad incidere sul territorio? Che ne facciamo di un partito che ha fatto scelte unitarie quando unitario non è? Credo che chi non prende atto della saggezza e del cambiamento, riconoscendo valore alle persone, non dà importanza a scelte condivise e non pone attenzione alle diverse provenienze, percorre strade lastricate di difficoltà e cerca paraventi anagrafici ingiustificabili rischiando di inciampare. Io voglio un partito che ascolta, aperto, rinnovato ma non esclusivo per una città che vorremmo tornare a governare; voglio un partito nel quale le diverse espressioni abbiano pari dignità; che i vecchi simboli non siano vetero-protezioni per rendite di posizione garantite. Dobbiamo farlo, ribadisco, assieme.

 

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