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	<title>NEREO TISO &#187; Recensioni</title>
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		<title>Gerusalemme suite</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Aug 2025 14:58:26 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Un albergo incastonato tra Gerusalemme e Gerusalemme est. Né musulmano né ebreo, né palestinese né israeliano. È stato fondato circa 150 anni da una famiglia protestante-presbiteriana di origine americana. Un albergo dell&#8217;equilibrio che ancora c&#8217;è e che ha visto passare attorno a sé molta storia di Israele, Palestina, di conflitti mondiali, di protettorato inglese e di caduta dell&#8217;Impero Ottom<img class=" size-medium wp-image-4554 alignleft" src="https://www.nereotiso.eu/wp-content/uploads/2025/08/Schermata-2025-08-26-alle-16.56.02-200x300.png" alt="Schermata 2025-08-26 alle 16.56.02" width="200" height="300" />ano e di nascita dello Stato di Israele. Ci sono passati personaggi illustri a vario titolo che hanno segnato la storia che conosciamo. Da Lawrence d&#8217;Arabia, a Churchil quando stava studiando le sue strategie per quella terra e anche il piccolo Rudolf Hoss, che poi diventerà  tristemente noto come il comandante di Auschwitz, a Tony Blair e al suo staff. Nel 1948 si trovavano per decidere le sorti della nascita di Israele, e poi, per le trattative nelle varie intifade nella stanza n. 16. Poi gli incontri da Arafat e Barak e molto altro. Sempre i prima linea perché tra le linee ma neutrale. L&#8217;albergo per regola ferrea, aveva quella dell&#8217;equilibrio tra religioni e quote etniche  per i suoi dipendenti. Aperto alla scolarizzazione dei bambini, al tentativo di fare sì che le popolazioni più in difficoltà potessero, in qualche modo emanciparsi, all&#8217;aiuto nei momenti di difficili delle situazione complicate che si sono susseguite e che, purtroppo, si susseguono. Al Colony soggiornarono i giornalisti durante il processo ad Eichman. Nonostante ci siano i successori dei fondatori, ostinatamente cristiani in un mondo non cristiano, rimangono fedeli al loro statuto. Alcuni co-fondatori hanno lasciato l&#8217;albergo, ma la sua presenza rimane. Ora è in mano ad una società svizzera. In questo momento molti dipendenti palestinesi non possono andare al lavoro.</p>
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		<title>&#8220;La guerra della lingua&#8221; &#8211; E. Lombardi Vallauri</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jul 2024 06:43:59 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto il libro<a href="https://www.nereotiso.eu/la-guerra-della-lingua-e-lombardi-vallauri/schermata-2024-07-11-alle-08-40-53/" rel="attachment wp-att-4401"><img class=" size-medium wp-image-4401 alignleft" src="https://www.nereotiso.eu/wp-content/uploads/2024/07/Schermata-2024-07-11-alle-08.40.53-176x300.png" alt="Schermata 2024-07-11 alle 08.40.53" width="176" height="300" /></a> di Edoardo Lombardi Vallauri , un esperto linguista, dal titolo: “Le guerre per la lingua”. Fa una serie di analisi nell’uso di termini che, talvolta, sono entrati nel linguaggio comune e quindi non ci si accorge di pronunciarli, altri, invece, saltano subito all’orecchio. Fa molti esempi e cerca di dire quando il linguaggio viene modificato con rispetto e senso e quando, un po’ meno. Parla degli “anglismi”. Molte parole che pronunciamo in Italia, sono di origine inglese e ormai sono diventate di uso comune: computer, meeting, software, budget, lockdown e via dicendo. Nessuno si scandalizza molto anche se ci sono parole italiane che le possono sostituire con facilità. Altre sono anche di origine francese, anche se ce ne accorgiamo meno: garage, menù, mascotte, naïf ecc. Molti non le sopportano perché vanno a travisare la nostra lingua, ma esiste una familiarità, soprattutto con l’inglese, della quale non si può fare a meno.</p>
<p>Affronta però anche il tema del “sessismo” o quello che viene chiamato linguaggio di genere. Vallauri non ritiene che la lingua sia un totem immodificabile, ma la modifica va valutata e mai imposta. Valutata soprattutto da esperti per evitare forme di tipo ideologico. Libero chi decide di pronunciare alcune parole per sé e non decide anche per gli altri, dice ancora Vallauri. Il rapporto tra il genere maschile e quello femminile può trarre in inganno in cui anche l’uso del femminile sia un obbligo. Dire “direttore o direttrice d’orchestra”, “avvocato o avvocata” se una donna vuole essere definita nel suo ruolo o professione col termine maschile, non cambia la sostanza e non discrimina, dice sempre Vallauri. La discriminazione non sta nella lingua in sé ma nell’uso che se ne fa. Tra l’altro, l’utilizzo del  “maschile” nella nostra lingua, viene usato per la “neutralizzazione di genere”, cioè né maschile né femminile ma entrambi. Dire “i miei cugini” mette assieme sia maschi che femmine, dire “le mie cugine” si indicano solo le femmine.</p>
<p>Quindi il maschile “marcato” è un meccanismo economico della lingua e si estende alla non indicazione di genere per comprenderli entrambi. Questo non vuol dire che l’uso di magistrata, avvocata, sindaca sia sbagliato ma non declinarlo al femminile non è discriminatorio. Quindi, dice ancora Vallauri, anche l’uso  di termini “Buongiorno colleghe e colleghi, avvocati e avvocate, studenti e studentesse” cioè ripetizioni di categorie è una “discutibile ostentazione di presunta correttezza”. Usare il maschile non è sessismo e non discrimina.</p>
<p>E infine, l’uso della schwa (ə rovesciata) o del segno * per evitare di indicare il genere. Liberiamo subito l’asterisco. È un segno come molti altri .,:; e non si pronuncia. Quindi utile solo per chi lo scrive. La schwa la si trova in molte lingue. Chi la usa nella nostra lingua lo fa per evitare di indicare il genere. Ancora il nostro autore afferma che, per avere senso, dovrebbe essere utilizzata per tutte le parole. Invece viene utilizzata solo per alcune parole ideologicamente connotate. Quindi i casi più facili che riguardano gli umani, enfatizzati, di fatto inapplicabili nel nostro sistema linguistico. In sostanza, schwa potrà applicarsi solo da chi ritiene di attirare l’attenzione sui danni del sessismo. Ma questo ha poco o nulla a che fare con la nostra lingua. Vallauri, poi, non parla della vocale “u” usata da qualche buontempone al posto di * e di schwa. Ma c’è tempo per un altro libro.</p>
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		<title>Franco Cardini, Alessandro Vanoli, La via della Seta. Una storia millenaria tra Oriente e Occidente, ed. Il Mulino</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jul 2018 16:55:34 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Questo libro è un enorme aiuto per capire secoli di storia  ma, soprattutto, aprire gli occhi sul presente. Certo, non far memoria del passato non aiuta il presente. E in questo voluime si parla di movimenti di persone, naturalmente di conquiste, di violenze, ma anche persone straordinarie che hanno modificato in bene la storia,. Culture che si sono spostate, che si sono insediate, mescolate dando sviluppo a culture nuove.</p>
<p><a href="http://www.nereotiso.eu/franco-cardini-alessandro-vanoli-la-via-della-seta-una-storia-millenaria-tra-oriente-e-occidente-ed-il-mulino/scansione-2018-7-12-18-44-43-2/" rel="attachment wp-att-3548"><img class=" size-medium wp-image-3548 alignleft" src="http://www.nereotiso.eu/wp-content/uploads/2018/07/Scansione-2018-7-12-18.44.43-2-179x300.jpg" alt="Scansione 2018-7-12 18.44.43 2" width="179" height="300" /></a>Ci hanno preceduto e hanno dato nuova linfa alla storia e al mondo. Parlare di Via della Seta, talvolta si pensa sempre quasi esclusivamente al veneziano Marco Polo. Ma è molto di più. La si è costruita nel tempo attraverso l’Impero Cinese e le sue dinastie. L’India e le sue antichità; la Persia, con la grande e antica capitale Esfhaan (da vedere…) pre-islamica. Con i grandi  Serse e Antaserse e la saggezza di Ciro il grande. E poi Istambul, i Veneziani, le crociate, le conquiste e via dicendo. Per non parlare della grandezza dei commerci, dei confini scarsamente inesistenti; anima e forza per i intraprendere i viaggi ed aggiungere ricchezze. Forse un mercato globalizzato con un trattato di Shengen ante litteram anche se fatto di dazi.</p>
<p>Pensiamo alle spezie, alle stoffe, il cibo che oggi verrebbe chiamato “etnico” che ha conquistato le tavole del mondo  proveniva dallo straordinario oriente. E ancora i tulipani cresciuti in Cina e arrivati attraverso i grandi e astuti navigatori olandesi. Imperi che nascevano e che scomparivano Tutto in una sorta di concatenazione che camminava su gambe forti di avventurieri, mercanti, navigatori e missionari che portavano il Vangelo in terre lontane e sconosciute spesso rimanendo subendo torture e morte come in Giappone, altre volte con straordinari risultati come in Cina con Matteo Ricci.</p>
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		<title>Francesco Jori,  Caporetto. La grande Battaglia, Ed. Biblioteca dell&#8217;immagine 2017</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jan 2018 17:52:06 +0000</pubDate>
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<p>The post <a rel="nofollow" href="http://www.nereotiso.eu/francesco-jori-caporetto-la-grande-battaglia-ed-biblioteca-dellimmagine-2017/">Francesco Jori,  Caporetto. La grande Battaglia, Ed. Biblioteca dell&#8217;immagine 2017</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="http://www.nereotiso.eu">NEREO TISO</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ad ottobre 2017 ricorreva il centenario della tristemente famosa battaglia di Caporetto. La disfatta del nostro esercito in una battaglia che ha visto soccombere in maniera tragica e sotto ogni punto di vista, le armate italiane. Tra i molti che parlano dell’argomento, ho scelto quello di Francesco Jori: non solo descrittivo della battaglia, ma anche della tragedia di chi ha dovuto sopportare l’invasore.</p>
<p style="text-align: justify;">All’inizio del libro, subito nella seconda di copertina, mi hanno colpito i numeri del bilancio della battaglia, un’autentica carneficina, che riporto pari pari: 10.000 morti, 30.000 feriti, 265.000 prigionieri. Praticamente 700.000 perdite in pochi giorni.  A ciò si aggiunge il materiale bellico: 3152 pezzi di artiglieria, 1732 bombarde, 3.000 mitragliatrici¸ e ancora: 316.000 cappotti, 486.000 giubbe, 439.000 panta<img class=" size-medium wp-image-3374 alignleft" src="http://www.nereotiso.eu/wp-content/uploads/2018/01/Capo-188x300.jpg" alt="Capo" width="188" height="300" />loni, 143.000 zaini, 320.000 paia di scarponi, 1,3 milioni di capi di biancheria, 185.000 coperte, 40.000 cucine da campo, 5 milioni di scatolette di carne, 70.000 scatolette di salmone, 13.000 quintali di pasta, 7.000 quintali di riso, 2.500 quintali di caffè, 4.700 quintali di zucchero, 6.500 quintali di formaggio, 36.500 quintali di gallette, 5.000 ettolitri di vino, 73.000 cavalli e muli, 1600 automezzi, 32 locomotive, 840 carri, 88 ospedali da campo. Quando si dice un esercito e quando è evidente una colossale disfatta.</p>
<p style="text-align: justify;">Jori sottolinea le scelte strategiche di Cadorna, poi rimosso per affidare l’incarico al generale Armando Diaz; e poi Badoglio, il generale presente anche nella seconda guerra mondiale; il generale del monte Grappa, Giardino. Quindi strategie sbagliate, scontri inutili, messaggi errati; e poi le inutile e continue fucilazioni dei propri sottoposti come deterrente e dimostrazione di forza; la propaganda militare che stentava. Ma nulla poté nascondere la disfatta e la umiliante ritirata. Tanto da chiamare al fronte anche i ragazzi del ’99 i quali, dopo un sommario addestramento, vennero mandati in battaglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma da tutto ciò scaturiva non solo la ritirata e la riorganizzazione sul Piave, ma aver lasciato allo sbando, nel vero senso del termine, oltre ai soldati, una popolazione allo stremo, città senza guida, paesi dispersi tra le montagne senza più nulla. Una lettura che mostra come la politica, gli amministratori dei territori occupati, abbiano preferito la fuga piuttosto che rimanere tra la loro gente che era rimasta a guardia del proprio nulla. Tutto era stato confiscato: animali, grano, sementi, patate. Tutto per l’invasore e non solo, era utile per mantenere potere ma, soprattutto, per soddisfare la fame delle truppe.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli unici, senza aver bisogno di ordini superiori a rimanere vicini ai loro fedeli a rischio della loro vita furono gli uomini di chiesa, i preti. Nel dramma, anche solo la vicinanza era fondamentale. I morti per fame, in alcune zone arrivarono al 20% della popolazione. Il dramma durò per circa un anno finché le battaglie sul monte Grappa, ad Asiago, nel trevigiano e sulla linea del Piave, non portarono alla conclusione della guerra, chiamata “Grande”, se una guerra può essere considerata. L’analisi storica di Jori, mostra anche l’assurdità di certi comportamenti chi si trovava al fronte e doveva, forse non più tornare; dei comandanti che, di fronte ai loro errori arrivarono al suicidio. Di chi, per un a banalità, poteva essere fucilato. Una catastrofe quella di Caporetto che, per qualcuno, fu anche una svolta per l’Italia. Mai più!</p>
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		<title>Simone Weil, La persona e il sacro, ed. Adelphi</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2016 15:05:09 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em><a class="highslide img_2" href="http://www.nereotiso.eu/wp-content/uploads/2013/02/simone.jpg" onclick="return hs.expand(this)"><img class="alignleft wp-image-809" title="simone" src="http://www.nereotiso.eu/wp-content/uploads/2013/02/simone-640x1024.jpg" alt="" width="166" height="180" /></a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>di Nereo Tiso</em></p>
<p>“In ogni uomo vi è qualcosa di sacro. Ma non è la sua persona. E neppure la persona umana. E’ semplicemente lui, quell’uomo”.  Un libricino intenso, straordinario, che la filosofa ebrea convertita al cattolicesimo, scrisse nell’intento di esaltare la persona, non nella forma del personalismo tipicamente cattolica, ma della sacralità. Una ricerca profonda della verità senza la quale la persona stessa non sarebbe. Se da una parte critica il personalismo troppo intellettuale, dall’altra sconfessa  il marxismo e Marx, votato alla negazione del soprannaturale. Simone Weil ritiene, invece, che l’aspirazione alta della persona nella sua sacralità non può essere che l’aspirazione al soprannaturale, alla verità e alla sua costante ricerca. Ella dichiara che “l’amore della verità si accompagna sempre all’umiltà” in un senso quasi mistico ma mai distaccato dalla realtà che ritiene fondamentale per accedere alla verità. L’umiltà diventa quasi umiliazione, come un arco di trionfo, il giogo del proprio annientamento estremo, unica via per arrivare alla verità. Ma questo annientamento non è una violenza masochistica, bensì un atto d’amore per la verità. Essa è bene, amore, bellezza, giustizia. E se le istituzioni hanno un senso, scrive ancora Simone Veil, lo hanno per “abolire tutto ciò che nella vita contemporanea schiaccia le anime sotto l’ingiustizia le menzogna e la bruttezza” . In sostanza per fare il bene degli uomini. Essere uomini per Simone Veil, in definitiva, è una sorta di rilettura della lettera a Diogneto in cui l’uomo che vive nel tempo  non sarà veramente uomo finché non sarà oltre il tempo, nella bellezza assoluta, nella verità, in Dio.</p>
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